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Abbiamo avuto la storia «dei principi e delle guerre»; abbiamo avuto la storia «dei popoli e delle rivoluzioni»; abbiamo avuto la storia «delle innovazioni tecnologiche»; abbiamo avuto la storia «dei costumi e delle società».

La Storia dell’umanità è stata interpretata, misurata, valutata, con diversi strumenti (culturali), da diversi punti di vista.

Credo sia arrivato il momento, per capire al meglio la storia moderna e la storia contemporanea, di sviluppare un approccio alla storia che tenga conto del debito: chi è indebitato con chi e per quale importo.

Famosa è la storia di Carlo V, eletto imperatore del Sacro Romano Impero grazie (anche) ai soldi dei Fugger. Certamente non si capiscono né le vicende di Filippo II di Spagna né del suo enorme impero, senza conoscere il suo stato di indebitamento con i banchieri genovesi.  Meno famosa è la dipendenza dei Savoia dai Rotschild di Londra e di Parigi, e quanto ciò potrebbe aver influito nella successiva politica dell’Italia unita.

Ritengo che non si possa avere una piena comprensione della nostra attualità senza uno studio sistematico delle vicende storiche, almeno dalla modernità in poi, che tenga conto dell’indebitamento di re e stati; senza che venga alla luce la trama di interessi effettivi, spesso diversamente intrecciata rispetto agli interessi solamente apparenti.

«Io non so con quali armi sarà combattuta la terza guerra mondiale, ma so che la quarta sarà combattuta con pietre e bastoni. »

È un’affermazione attribuita Albert Einstein, il quale supponeva che la Terza Guerra Mondiale, se fosse stata combattuta, lo sarebbe stata con devastanti armi nucleari. Talmente devastanti che l’umanità tutta sarebbe regredita fino al punto che le eventuali successive guerre sarebbero state combattute con pietre e bastoni.

In questi giorni ho avuto la sensazione che si stesse combattendo una importante battaglia della terza guerra mondiale, una guerra finanziaria fra dollaro e euro. La terza guerra mondiale non è -come si pensava potesse essere- nucleare, ma finanziaria. Anzi: monetaria.

Il Dollaro statunitense contro l’Euro, o forse sarebbe meglio dire “i banchieri del Dollaro contro i banchieri dell’Euro”.

Il “mondo” del Dollaro è in affanno, da troppi anni la Federal Reserve stampa troppi dollari. Troppi per non evocare scenari apocalittici di perdita di valore e inflazione galoppante.

Come nascondere il proprio deficit di valore? Semplice, eliminando i paragoni, i confronti.

Il sogno dei banchieri padroni delle banche centrali è quello di una moneta unica (o praticamente tale), senza nessuna possibilità di confronto, da usare come arma finale per il possesso del mondo.

Qual’è il modo migliore di fare soldi? Semplice: “farli”!

Cioè crearli, stamparli, farseli. E i banchieri, tramite le banche centrali, se li stampano (e se li creano grazie al credito). Qual è il problema? Che creandone troppi si perde la fiducia della “gente” (qualcuno dice “dei mercati”), che preferisce usare altre monete, di banchieri concorrenti.

Come evitare l’inflazione, il deprezzamento e l’abbandono verso monete più serie (con emissione più seria)? Semplice: basterebbe che ci fosse una sola moneta.

I candidati non sono molti. Il duello finale è il presente, avviene nel nostro quotidiano.

Perché l’economia del Dollaro sopravviva, e con essa i creditori in dollari, deve morire l’Euro, o diventare una moneta non confrontabile per quanto debole.

Ieri l’Euro ha messo a segno un buon colpo. Si è ben difeso.

Noi, come sempre accade ai popoli, usciremo comunque perdenti da questa guerra. Dobbiamo solo scoprire se saremo servi dei padroni del Dollaro oppure servi dei padroni dell’Euro. Poco più.

Dovremo certamente pagare con la nostra felicità e addirittura con la nostra serenità (forse con la nostra salute) le conseguenze di questa guerra, meno sanguinosa delle altre, ma altrettanto cruenta.

Vodafone Station «a GPL»

Vodafone Station «a GPL»

L’ho fatto. Ho attivato la connessione adsl con Vodafone. Sono odiosi, ma hanno fatto una buona offerta, e i loro «compagni di merende», con cui si spartiscono il mercato da buoni nemici, purtroppo non sono da meno. L’uno vale l’altro, quindi ne ho scelto uno.

Appena aperta la scatola ho avuto una piacevolissima sorpresa: ho trovato una copia della General Public License, la licenza del Software Libero, quella usata per Linux e per tanti ottimi programmi liberamente e legalmente utilizzabili e copiabili senza pagare costose licenze d’uso.

Recita: «HG553 product for Italian Vodafone includes free software “Linux kernel”, “busybox”, “netfilter/iptables”, “udhcp”, “bridge”, “ATM kernel Patch”, “siproxd”, “samba”, “dnsmasq”, “bftpd”, “motion”, “ebtables” and “iproute2″ which are released under the GNU General Public License (Version2) that comes together with this product and can also be found under http://www.gnu.org/licenses/gpl.html”.

Quindi ogni utente Vodafone è un «utente» Linux a sua insaputa. Ecco la scansione della «prova».

GNU-GPL per Vodafone, ma di nascosto...

GNU-GPL per Vodafone, ma di nascosto...

Migliaia di utenti Linux… e non lo sanno.

La situazione sfiora il grottesco. La Vodafone Station è garantita funzionante soltanto si si hanno sistemi Windows oppure Mac. Per Linux nemmeno una menzione. Quindi non viene dichiarata compatibile proprio con il sistema usato per crearla.

Inoltre la chiavetta, utilizzata per la navigazione mobile (per capirsi, quando alla station non è attaccato il filo del telefono),  viene dichiarata non funzionante se non attaccata proprio alla station.

Traducendo si può dire che la chiavetta «Internet key» NON funziona se attaccata al proprio computer. Non posso usarla per navigare andando a giro senza Vodafone station. Sia con Windows sia con Mac la chiavetta si dichiara non funzionante. È necessario attaccarla alla sua stazione.

Ma… (c’è sempre un ma) la chiavetta è stata fatta per funzionare con il Linux della station (distribuzione Debian, per chi interessa), quindi presa e infilata sul pc con installato Linux Ubuntu 10.4 in pochi secondi si è autoconfigurata e ha cominciato a funzionare!

Alla faccia delle protezioni e dei vincoli e dei lacci che mettono agli utenti (a quei poverelli che hanno ancora Windows).

Finalmente ho trovato il mio posto nell’universo delle identità religiose: sono un cristiano cattolico obiettore di coscienza.

Essere un «cattolico obiettore» significa che seguo pedissequamente tutte le indicazioni di comportamento e di pensiero del Santo Padre …escluso i casi in cui tali indicazioni vadano contro i miei principi.

Quindi sono un perfetto cattolico, escluso i casi in cui la morale indicata da Santa Romana Chiesa non sia disallineata dalla mia.

In effetti si potrebbe anche sostenere che la mia è una posizione comoda, che si dovrebbe scegliere, o si è cattolici (con tutto quello che ne consegue) o non lo si è.

Però, poiché l’obiezione di coscienza è riconosciuta, a volte anche per legge, in moltissimi settori della nostra vita sociale, non vedo perché non si possa essere dei religiosi obiettori.

Come ho già detto accetto in toto le indicazioni del Santo Padre e della Conferenza episcopale italiana (CEI), escluso i casi in cui faccio prevalere le mie convinzioni personali.

Oppure vogliamo mettere in discussione l’obiezione di coscienza?

Propaganda del 48

Propaganda

Nella recentissima campagna elettorale, per le elezioni regionali, sono rimasto fortemente impressionato per la potenza del fuoco di sbarramento che ha subìto Emma Bonino come candidata nella Regione Lazio.

Tutta la macchina da guerra-propaganda vaticana, come la non si vedeva dalla lotta al comunismo degli anni ’50; il Presidente del Consiglio a reti unificate (pubbliche e private) ad oltranza; i quotidiani tutti (escluso uno o due organi dipartito). La macchina della propaganda pubblica, privata, televisiva, cartacea, religiosa, laica, «come una cosa viva, lanciata a bomba» contro… Emma Bonino, «l’abortista».

Non ho capito come Emma Bonino si sia meritata tutto questo enorme dispiego di energie, però ascoltando i dibattiti di quei giorni, mi sono accorto di una cosa: siamo tutti contro l’aborto, il Papa, i Radicali, io, le stesse donne che abortiscono.

La differenza è fra coloro che sono contro l’aborto clandestino e coloro che sono contro l’aborto legale.

Io mi schiero fra quelli contro l’aborto clandestino. La gerarchia vaticana si schiera contro l’aborto legale.

Solo questa è la differenza fra noi, per il resto siamo tutti «contro».

Chiudo rapidamente questa breve digressione che vìola una delle regole che mi ero imposto: dovrebbero essere autorizzate a parlare dell’aborto soltanto donne in età fertile. Tutti gli altri zitti.

Mi zittisco.

FB

Tutti contro FB

Ancora un articolo complottista.

Ascolto raramente il telegiornale ma quando lo ascolto sento sempre qualcuno che vaneggia baggianate a proposito di Facebook.

Un imbecillotto scrive che si devono uccidere i bambini Down? Ecco che il «sistema» dei telegiornali insorge, invocando l’intervento delle forze di pubblica sicurezza e fornendo una risonanza insperata per tale gruppo Facebook.

Il gruppo non era certamente seguito dalle moltitudini, sicuramente nessuno ha ucciso nessuno a causa di quel gruppo, però è andato in onda in prima serata per diversi giorni.

Perché tanto scalpore sul nulla? Perché tanto dispiego di energie contro il primo stordito che dice una stoltezza?

Perché qualsiasi stupidata scritta da un signor qualsiasi prende una risonanza enorme, solo se pubblicato su Facebook? Mentre se scritto su uno degli altri innumerevoli social network non se lo fila nessuno?

Tutti a demonizzare Facebook. Facebook in particolare. Perché?

Sicuramente perché ha moltissimi iscritti. Però i gruppetti di storditi che inneggiano stoltezze hanno pochissimi iscritti e pochi lettori.

Perché tutti il sistema della propaganda, oops …dell’informazione, è schierato contro Facebook?

Addirittura sembra che l’uso di Facebook aiuti a diffondere la sifilide. Lo sostiene uno studio inglese. Insomma siamo ben oltre il ridicolo.

Perché tutto ciò?

Ho una risposta, una proposta di analisi del fenomeno. Facebook NON è quotato in borsa. Guadagna tanti soldi e non è quotato in borsa. Raggiunge più di 400 milioni di persone e non è quotato in borsa. Un successo economico, ma soprattutto sociale, senza precedenti e… non è quotato in borsa.

Non essendo quotato in borsa è difficilmente scalabile, acquisabile, controllabile, manipolabile dai padroni del sistema propagandistico, oops …dell’informazione, dei media. Le banche, gli investitori istituzionali, i padroni della finanza, non possono considerare Facebook «cosa loro».

Quindi scatenano l’inferno. Aumenterà la pressione mediatica, aumenteranno le cause legali (qua e qua), aumenteranno i casi di allarmismo a mezzo stampa, i quali –se è vera la mia teoria- si interromperanno appena Facebook verrà quotato in borsa.

Chi vivrà vedrà.

Nello scorso ottobre 2009 un ospite presente nella nostra azienda ha scaricato illegalmente del software, anzi, poiché si trattava di una copia di valutazione, forse non è stato nemmeno scaricato illegalmente. Però il software è stato scaricato usando strumenti comunemente usati per scaricare illegalmente del software (non ricordo se ha usato Emule oppure Bittorrent).

Ha scaricato una copia di Adobe Illustrator CS4.

Doveva convertire una immagine da un vecchio formato Freehand a un più moderno e opportuno formato standard SVG – Scalable Vector Graphics.

Alla fine non abbiamo usato quel programma, ma ne è stata scaricata una copia (probabilmente illegale) usando la nostra connessione aziendale.

Circa un mese dopo è «casualmente» arrivata in azienda una lettera minatoria di Adobe (col timbro di BSA – Business Software Alliance).

Non siamo mai stati clienti di Adobe, non usiamo software di Adobe, usiamo soltanto software Open Source, quindi legale, usiamo Linux (su cui Adobe Illustrator non funziona nemmeno). Adobe e BSA non avevano nessun motivo per inviarci niente. Però ci hanno scritto, una sola volta nella vita, proprio poche settimane dopo il download del loro software illegale.

Illustrator è stato scaricato dalla connessione aziendale, la quale ha un indirizzo IP fisso. Incollando nella barra degli indirizzi di un browser compare la homepage della nostra intranet (solo la finestra di login, ma il nome dell’azienda è riconoscibile).

Domandona: COME ha fatto Adobe a conoscere il nostro indirizzo Internet? Come è possibile che lo abbia conosciuto?

Il provider potrebbe certamente conoscere il nostro indirizzo e i nostri download, ma Adobe certamente no.

La domanda, quindi è: come potrebbe aver fatto Adobe a conoscere il nostro indirizzo IP?

Una possibile, gravissima, risposta è la seguente: se Adobe avesse messo in condivisione nel circuito di Emule o di Bittorrent una copia illegale del suo programma, avrebbe certamente potuto raccogliere gli indirizzi IP degli utenti mentre stavano scaricando il programma.

Se è vero quello che sembra probabile allora Adobe e BSA si devono classificare fra i cosiddetti «pirati informatici» che diffondono software illegale.

Con quale scopo?

Se noi fossimo stati, per esempio, uno studio grafico, che utilizza Adobe Illustrator, che ne ha una o più copie illegali, saremmo certo stati in forte difficoltà di fronte a una lettera di minaccia così esplicita e puntuale nell’arrivare.

Probabilmente avremmo avuto timore e non escludo che avremmo pensato seriamente all’acquisto delle licenze del programma scaricato.

Per fortuna (e per accortezza) utilizziamo soltanto Software Libero, quindi ci siamo potuti permettere una sonora risata in faccia a BSA e Adobe e ai loro metodi mafioso-pirateschi. Però riconosco che il metodo (illegale e immorale) seguito da Adobe potrebbe essere molto efficace per raggranellare quattrini.

Il mio (forte) sospetto è che Adobe diffonda software illegale sui più diffusi circuiti dedicati alla condivisione con lo scopo di collezionare indirizzi IP; poi fa una semplice ricerca sulla corrispondenza fra indirizzi IP e aziende, poi invia i suoi «avvertimenti».

Ma è un mio sospetto.

Ecco la lettera BSA.

Alcuni dettagli della lettera

bsa2

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bsa3

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Vanno di moda le (abbastanza ipocrite) discoteche senza alcol, «alcool free», dedicate ai più giovani.

Non voglio approfondire l’accenno polemico alla loro ipocrisia (chi  vuole potrebbe bere alcolici «a sufficienza» prima di entrare), cerco soltanto di mostrarne la coscienziosa dannosità.

Le esasperate attività in favore della protezione e della sicurezza (tanto propagandate quanto inefficaci), servono soltanto a dare una -falsa!- sensazione di sicurezza ai genitori, i quali potrebbero pertanto sentirsi tranquillizzati rispetto alle loro carenze educative. «Non ho da insegnare a mio figlio come gestirsi, perché ci pensano le leggi a impedirgli di farsi del male».

Ecco che tutte le precauzioni istituzionali, che attenuano la sensazione di minaccia, propagandando una falsa sicurezza, causano l’abbassamento del livello di attenzione dei genitori e di coscienza degli adolescenti.

La soluzione? Permettere tutto, per imparare a non abusare di nulla.

Senza queste leggi, distruttive della consapevolezza di genitori e figli, potremmo avere almeno la speranza di una società di individui critici e attenti: il potenziale «pericolo» è alto e, di conseguenza, lo è anche l’attenzione di ciascuno.

Insomma: permettere l’alcol e insegnare a non abusarne; permettere le droghe e insegnare a non farne uso; permettere le sigarette e… ah, già, sono permesse…

Se qualcosa deve essere vietato, che sia vietato per tutti. O per nessuno.

L’antiproibizionismo non fa altro che rendere evidente la «pericolosità» del mondo là fuori. Attenzione: non aumenta l’effettiva pericolosità del mondo. Semplicemente ce ne rende più coscienti e, proprio per questo, ci rende meno sprovveduti.

Il fatto che le droghe siano vietate non le rende certo meno disponibili, le rende soltanto più costose.

Il fatto che l’alcol sia vietato rende soltanto i genitori più tranquilli, non i figli più sicuri, tutt’altro.

Vorrei un tribunale internazionale per giudicare i crimini finanziari contro l’umanità.

Leggo, dal Sole24Ore:

La finanza creativa di Wall Street, e in particolare due grandi banche come Goldman Sachs e JP Morgan Chase, utilizzando ingegneria finanziaria simile a quella dei subprime negli Stati Uniti e cessione di diritti come vendite e non come garanzie su prestiti hanno aiutato la Grecia a mascherare l’entità del suo debito pubblico superiore ai 300 miliardi di euro, mettendo il paese a rischio default.

Possibile che questi tipiloschi (e anche i loro mandanti), non siano, non dico condannabili, ma nemmeno incriminabili?

Qualcuno si muoverà? L’Unione Europea dichiara di indagare sui cosiddetti «SWAP»

CRISI: UE AVVIA INDAGINE SU AIUTI WALL STREET A STATI MEMBRI

(ANSA) – BRUXELLES, 17 FEB – Mentre aspetta dalla Grecia chiarimenti sul presunto aiuto ricevuto da alcune grandi banche d’affari Usa per mascherare l’entita’ del suo debito, la Commissione Ue ha deciso di capire se anche altri Paesi hanno fatto ricorso ad operazioni swap. Il commissario agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, ha deciso di ”far luce su tutte le eventuali operazioni swap, non solo di quelle greche”, ha detto oggi il suo portavoce. Eurostat, ha spiegato, ha chiesto informazioni ad Atene sulle operazioni swap per valutare il loro impatto sul bilancio. Ed entro il 19 febbraio la Grecia deve rispondere. Ma nel frattempo, il commissario vuole avviare un’indagine ”ad ampio spettro”, per chiarire quali Paesi abbiano fatto ricorso a ”metodi creativi” per ottenere fondi. Il caso delle operazioni swap greche e’ stato sollevato dal New York Times, secondo cui due grandi banche di Wall Street – Goldman Sachs e JP Morgan Chase – hanno aiutato la Grecia a mascherare l’entita’ del proprio debito pubblico, contribuendo all’attuale crisi di Atene e alle attuali difficolta’ di altri Paesi della zona euro. In pratica i banchieri avrebbero premesso alla Grecia, ma anche ad altri Paesi dell’euro, di farsi prestare denaro al di sopra delle proprie possibilita’, attraverso meccanismi swap che nei bilanci non risultano come prestiti.(ANSA) RED
17/02/2010 17:12

Mezzo mondo in “default”. Anzi, le economie di mezzo mondo in default. Sembra che l’argentina sia pronta a un nuovo default (una specie di fallimento dello stato). Gli articoli in spagnolo li capisco poco, però ce ne sono.

Oltre all’Argentina in queste settimane sta tremando la Grecia:

Dopo aver falsificato le cifre per anni, dopo aver violato la fiducia dei suoi partner, Atene è caduta in disgrazia. Ma anche se la colpa è in gran parte sua, il compito che deve affrontare è sovrumano.

Ma la Grecia non è sola, è in ottima (anzi pessima) compagnia. La seguono, nella sventure economiche, a breve distanza, L’Irlanda e la Spagna. Poi vengono Portogallo e Italia.

Per la Grecia si teme un’uscita dall’Euro e, se esce la Grecia, non si è sicuri di quello che succederà agli altri paesi a rischio.

Nei mesi scorsi il default era toccato a Dubai, l’anno passato all’Islanda. I paesi baltici non sono da meno e in oriente traballa il Vietnam.

Oggi sono rimasto colpito dalla notizia più diffusa dai telegiornali: la preoccupazione è alta a causa della separazione di Angelina Jolie da Brad Pitt.